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Autore: simone

Ora, che fare?


 Ci allacciamo le cinture; siamo in silenzio tra noi; c’è un gran rumore di sottofondo tra i nostri pensieri. Il viaggio è stato breve, troppo breve; il viaggio è stato intenso, molto intenso. La missione per Paul è andata a buon fine; tutto è andato secondo quanto programmato; tutto perfetto. Ma qualcosa, qualcosa che non ha né forma né colore, si muove dentro noi; salta dal cuore e risale lungo la gola, bussa ai nostri pensieri e si tuffa nel profondo delle viscere. “Paul torna a casa” era di fatto una missione vera e propria, ma il sorriso di Paul, gli abbracci con la madre, la comunità in festa, tutto ciò che abbiamo ricevuto, vanno oltre il concetto di missione di lavoro; sono stati attimi di intima umanità. Ed ora tocca a noi tornare a casa. Ora tocca davvero a noi tornare a casa? I motori si accendono, manca poco al decollo. Slaccio le cinture, apro il portellone, urlo che ho ancora molto, troppo, da fare e da vedere; scappo per la pista; esco dall’aeroporto; sono di nuovo tra la gente. L’aereo inizia a muoversi e i rumori della partenza mi riportano sul mio sedile, tra Marco e Maria Laura. Ognuno ha il suo modo di rielaborare; c’è chi si interroga, c’è chi piange, c’è chi progetta. Insieme ci diciamo che qualcosa può avere inizio; non avverrà grazie a noi tre, noi saremo solo lo strumento, le voci narranti, le mani operanti, i pensieri pensanti; qualcosa potrà iniziare grazie a te che stai leggendo. Qualcosa inizierà grazie alla tua curiosità; qualcosa inizierà grazie al tuo desiderio di vedere oltre, di capire, di ascoltare; qualcosa inizierà grazie alla tua volontà di essere cittadino del mondo, nel mondo; qualcosa inizierà grazie al tuo desiderio di servire. In Ghana, nella diocesi di Techiman, a casa di padre Alfred, nel villaggio di Paul, noi torneremo. Torneremo per aiutare; inutile fingere che le nostre possibilità economiche non sono importanti e che non possono cambiare la vita di un villaggio intero. Bastano 7mila euro per creare un pozzo moderno, meccanicizzato, con cisterne di scorta d’acqua, dal quale potrebbero attingere centinai di persone. Bastano 35mila euro per costruire una scuola superiore che potrebbere accogliere centinaia di studentesse. Bastano poche migliaia di euro per creare una scuola per disabili, ad oggi, per mancanza di possibilità, completamente dimenticati da tutti e da tutto. Non basta però raccogliere soldi per creare un legame, per fondare una missione; per questo basta un conto in banca e poco più. Ciò che serve è accorgersi che nell’altro, esisto io e che in me, l’altro esiste; accorgersi che i chilometri tra i corpi, sono solo millimetri tra i pensieri e le emozioni; accorgersi che esiste un modo per cambiare il mondo insieme. Fare insieme; non fare per. Progettare insieme; non decidere per.  Atterriamo; decolliamo di nuovo; atterriamo; treno; Jesi. Qui si conclude la missione; qui inizia un sogno da sognare insieme.

La messa


 A noi assegnano un posto speciale; due sedie non lontane dall’altare, una per me, una per Maria Laura. Marco, che non conosce l’inglese, tanto meno il twi, che non conosce le tradizioni, che non conosce gli usi, sa parlare però la lingua internazionale del rituale; a lui tocca il posto sull’altare. Non esistono più diaconi permanenti in Ghana; averne uno che partecipa alla celebrazione della messa è un onore e un privilegio di cui tutta la comunità vuole godere. Restiamo in chiesa circa tre ore; arriviamo per prima accompagnati dal parroco. Una ragazza avvolta in una coperta, ranicchiata su di una sedia a rotelle, ci saluta all’ingresso. A poco a poco tutto lo spazio si popola; dai campi circostanti arrivano giovani uomini eleganti, con camicie e occhiali da sole; seguono gli anziani, alcuni con magliette sporche e logore che raccontano del loro lavoro, altri con la maglia della Juventus, del Milan; mi vengono in mente i sacchi di indumenti usati che dal nostro mondo viaggiano per mare verso terre lontane. Entrano le donne; abiti che possono parlare e gridare di essere orgogliosi della loro terra. Stoffe colorate avvolte e riavvolte attorno a corpi, giovani e anziani, con fiocchi enormi a incorniciare i colori di un continente intero. Entrano le donne ed è teatro; alcune entrano in coppia e si sostengono sotto braccio; altre entrano solitarie e serie in volto, ma con occhi attenti osservano tutte, tutti e tutto; entrano le comari, risate travolgenti. Sono loro quelle che non si fanno problemi a indicare verso le nostre sedie, a salutarci, a parlarci e a ridere del nostro non saper rispondere. Mi chiedo se quelle nostre sedie distaccate dalle altre servano a noi per osservare la celebrazione da un punto privilegiato, o se siano messe lì per farci vedere da tutti; poco importa, accettiamo il nostro ruolo. La chiesa è in realtà un tetto appoggiato su qualche muro di sabbia incompleto e qualche palo; ad ogni muro, ad ogni palo, ci sono occhi vispi che ci scrutano e quando i loro occhi si incrociano con i nostri, è un fuggi fuggi di bambini scalzi. Trascorrono le ore; malgrado i minuti si sormontino a non finire, non c’è stanchezza nelle nostre menti. Marco sull’altare è a suo agio e è felice di trovarsi lì, in quel momento esatto. Noi, che solo osserviamo, ci lasciamo trasportare dal ritmo delle mille canzoni suonate e cantate; ci emozioniamo nel vedere che tutta la comunità prende parte in maniera attiva e le persone si alzano, raccontano, parlano, intervengono, condividono; sì, condividono. L’offertorio è potente; si raccolgono i soldi due volte, una volta per la comunità, una volta per la diocesi. Al centro della chiesa si mette un secchio, una bacinella, un qualcosa, e tutti in fila ballando e cantando si alzano e lasciano la propria offerta; l’attesa per la nostra offerta rende l’aria frizzante; sanno e sappiamo che la nostra offerta può fare la differenza per questa domenica. La comunità offre anche altro però; all’altare si portano i doni, che sono riso, che sono yam, che sono uova. Il parroco benedice e raccoglie tutto; sarà distribuito tra chi ne ha bisogno, tra chi offre servizio per la comunità. Osserviamo tutto dalle nostre due sedie non lontane dall’altare; non con gli occhi guardiamo, non con le orecchie ascoltiamo; siamo immersi. 

Un instante prezioso


“Aunty! Aunty Lara! Bye Bye Aunty” Zietta, zietta Lara, ciao zietta; sono le voci di quattro bambine che saltando e agitando in aria le mani, salutano Maria Laura mentre sale in auto. Eravamo fermi al bordo di una strada polverosa; accanto a noi un gommista; poco oltre un negozietto di bibite; dall’altra parte della strada un ragazzo vendeva cocchi freschi. Il nostro autista e il gommista stavano parlando; dovevano controllare se una nostra gomma fosse forata. Per farlo immergono lo pneumatico nell’acqua torbida di una vasca da bagno e la fanno girare, in attesa che qualche bollicina fuoriesca; foro trovato! Marco, il nostro Direttore, osserva. Ci dirà, la sera, quante cose avrebbe voluto condividere con il gommista: apprezzamenti sulla sua capacità di lavorare senza strumenti; consigli su come poter migliorare la sua attività; suggestioni, nel voler tornare in Italia e trovare soluzioni per aiutare l’economia di un Paese così dove la gente si inventa qualsiasi attività per lavorare. Maria Laura intanto diventa zietta Lara; lo diventa dopo aver donato attenzioni e sorrisi al gruppetto di quattro bambine, ferme al lato del gommista, riparate sotto una tettoia di vecchie tavole. Tra loro gareggiano a chi conosce meglio l’inglese; una di loro è molto timida; un’altra, dirompente, parla per tutto il gruppo. Solo pochi minuti, ma sono una festa. Sorseggio la mia acqua di cocco e osservo i miei colleghi che si relazionano con un mondo così semplice e genuino, che proprio per semplicità e genuinità pare così lontano dal nostro. Entrambi, tutto il giorno e i giorni a venire, poteranno con sé questo attimo rubato di lenta routine africana. Esistono degli istanti, dei momenti, che riempono di significato le nostre intenzioni, le nostre azioni, i nostri progetti. Questo viaggio fatto per Paul, diventa per Marco il viaggio in cui ha conosciuto il gommista scalzo, diventa per Maria Laura il viaggio in cui è diventata zietta Lara. Il viaggiatore è però condannato a non essere compreso da chi ascolterà i suoi racconti. Certo, si potranno immaginare i paesaggi, guardare le foto, ascoltare le storie, ma non si potranno assaggiare le emozioni vissute. Le emozioni si ancorano agli occhi di chi osserva, si appendono agli angoli della bocca di chi sorride, si tuffano nei cuori e lavorano lentamente per svelare nuovi volti di questo mondo. Aunty Lara, Marco, il gommista, Maria Laura; scatto una foto di questo istante prezioso.

La solitudine di un abito di plastica


Che forma ha il progresso? Dibattiamo a lungo di questo argomento tra noi compagni di viaggio. Le infrastrutture e gli ospedali, ci diamo.  Vero; vero finchè non ci rendiamo conto che negli ospedali ci entra solo chi è benestante e che le strade sono percorse praticamente solo da tir provenienti da altri paesi, che attraversano da nord a sud il Ghana. Istruzione e welfare; ci diciamo continuando il nostro discorso. Giovani studentesse e studenti delle scuole superiori sono costretti a spendere gran parte del loro tempo per strada, ad arrabattarsi tra lavoretti di ogni genere, per riuscire a pagare la retta scolastica. Welfare; come si può parlare di politiche sociali a difesa del cittadino, quando a stento si riesce a comprendere dove inizi e dove finisca il ruolo della politica in una nazione così giovane? Il nostro dibattito si sposta su di un altro livello; perché ci siamo concentrati sulla parola progresso? Perché forse dal nostro punto di vista privilegiato, tutto ciò che non rispecchia i nostri standard, il nostro progresso, è percepito come regresso? Che bisogno abbiamo di misurare e pesare tutto il mondo con le nostre unità di misura? Mentre ci arrovelliamo la mente per trovare definizioni e dare spiegazioni, la nostra automobile passa accanto ad un uomo che ci costringe al silenzio. Resta impressa la sua figura, come una fotografia, in tutti noi. I piedi scalzi sull’asfalto; il resto del corpo, compreso gran parte del volto, avvolto in sacchetti di plastica, che tra essi uniti, come cuciti, formano un abito. Sono solo pochi istanti, ma sono sono sufficienti per percepire il peso della solitudine, l’odore della strada, il sapore della spazzatura. Plastica e asfalto, nient’altro attorno al corpo di chi tra gli uomini vaga solitario. Lui, come altri mille; lui come era stato il nostro Paul; lui come i bambini di strada di Accra, la capitale, prima orfani, ora figli della grande città, mendicanti di giorno, ladri per sopravvivere di sera, vittime di notte. Il filo del discorso l’abbiamo ormai perso; non so cosa stiano pensando i miei compagni di viaggio; restiamo ognuno solo nel proprio silenzio e nel mio silenzio torno all’uomo vestito di plastica. Mi chiedo se avesse ancora un nome.

Un sorso di miglio


Mi guardo intorno, per guardami dentro. Non c’è nulla in queste strade di terra rossa che possa ricordarmi casa; non c’è nulla in questi tetti di lamiera che possa ricordarmi casa; non c’è nulla in questi pozzi aridi che possa ricordarmi casa. Questo posto non è casa mia, difficilmente potrebbe mai esserlo. Eppure, sento che sto tornando a me stesso, ad un me più intimo, più silenzioso, meno artefatto, meno performante; sento di muovermi verso un luogo sicuro, un rifugio, un’isola che solo io conosco e verso la quale posso navigare; sento di essere a casa. In questa casa ho sorelle e fratelli minori che sfiorano la mia barba, che con la punta delle dita ricalcano i miei tatuaggi, che giocano con i miei orecchini. In questa casa ho padri e madri che osservano i miei indumenti, il mio telefono, che fantasticano sul contenuto del mio zaino. In questa casa ho nonne e nonni stanchi nel corpo, ma vigili e forti nello sguardo, che nei miei occhi cercano risposte a domande che non mi porranno mai. Non sono un turista; non si è mai un turista quando ci si sposta in certe zone del mondo. Non sono e non voglio essere neppure l’Occidente che fa, disfa, cambia, risolve, costringe; no, non è questa la missione. Voglio camminare in punta di piedi tra lamiere, mattoni di sabbia, pozzi e alberi di mango, per scoprire una volta ancora che è il mondo la nostra casa, che i confini e le razze, altro non sono che zavorre che abbiamo buttato sugli altri, per rallentarli nella corsa e rincorsa al progresso. I miei familiari di questo pezzo lontano di mondo mi invitano a raggiungere una casa; lì davanti, sotto un grande albero, una donna scaccia delle mosche da una cesta di legno. All’interno, bottiglie e flaconi straboccanti di un liquido marroncino e di una schiuma giallastra. Ne versano un po’ in una mezza noce di cocco; me la offrono.  Mentre bevo riesco solo a pensare che mi stanno offrendo tutto ciò che hanno; poco conta se il sapore sia buono o meno; mi offrono loro stessi. Quella bevanda ha per me il sapore della cioccolata calda che mi preparava mia nonna da bambino; casa.

Lungo le strade della frenesia

Servono trenta secondi per scegliere una spazzola nuova per tergicristalli, farsela sostituire e controllare se funziona. Mentre il traffico riparte e l’automobile riprende la marcia, si paga con una manciata di banconote sporche e di poco, pochissimo, valore, allungando la mano dal finestrino. Chi le riceve ha giusto il tempo di contarle, ma non di controbattere se il valore non corrisponde al prezzo della vendita. Ormai però l’automobile è lontana; rincorrerla tra il traffico di auto, moto, tir e aboboyaa sarebbe impossibile; tanto vale concentrarsi sul prossimo cliente: spazzole, ma anche calzetti, gomme da masticare, ombrelli, caschi da lavoro, anacardi, uova congelate e tutto quanto si possa trasportare sulla testa, dentro enormi ceste di plastica.

Come onde, a volte silenziose e discrete, a volte spumeggianti e rumorose, in un perpetuo andare e tornare, si muovono gruppi di persone lungo le strade polverose, davanti ai nostri occhi. Sono per lo più giovani donne; non mancano i bambini; qualche vecchio. Tutto può essere venduto lungo la strada; negli incroci più trafficati, in prossimità di qualche snodo nevralgico, l’importante è individuare il cliente giusto. Un pulmino carico di persone o un taxi scassato attireranno l’attenzione di chi vende snack e bibite: il guadagno, sicuramente basso, ma garantito. Un’automobile privata invece vuol dire lusso; noi eravamo il cliente giusto lungo la strada da Accra a Techiman. Quasi dieci ore di viaggio, eppure non abbiamo comprato nulla. Non abbiamo deciso di non comprare; non ne abbiamo neppure parlato tra noi. Potevamo essere il cliente perfetto, ma non siamo stati capaci di esserlo. Probabilmente non volevamo essere noi l’auto lussuosa; probabilmente non avremmo avuto il coraggio di dire che niente di quella merce in vendita, in realtà attirava la nostra attenzione; probabilmente i nostri cuori accettavano con difficoltà che i venditori davanti ai nostri occhi avessero dodici anni o poco più. Quella frenesia, quel moto continuo, quel bisogno di vendere qualcosa, ci hanno sopraffatti. Abbiamo osservato, silenziosamente. Silenziosamente, abbiamo ingoiato un indefinito, irrazionale, profondo senso di colpa.

Il dono

Il vescovo di Techiman, Padre Alfred, il nostro Paul, sua madre, suo fratello e suo zio, rispettabile capo villaggio. L’uno accanto all’altro, seduti in un cerchio che iniziava e finiva in Ghana, trascinando dentro noi forestieri, noi accolti, noi oggetti misteriosi. Si pensava in italiano; si affidava la voce all’inglese; si traduceva in twi; si rendeva ogni concetto concreto in akan, in ga. Tante lingue per descrivere tutte le sfaccettature di un unico universale sentimento, la gratitudine. Grato era Paul per aver ricevuto una nuova possibilità di vita. Grata era la famiglia per aver ritrovato un figlio perso nel mondo, tra le difficoltà del mondo. Grati eravamo noi per tutto ciò che nel cerchio ci veniva detto, per ciò che ci veniva riconosciuto, per ciò che dava un significato al nostro agire. In un cerchio è difficile mentire; in un cerchio le emozioni dell’uno si attaccano alle emozioni dell’altro. Abbiamo scoperto di essere meno supereroi di quanto ogni giorno ci convinciamo di essere. Nel cerchio abbiamo ritrovato l’umanità intera e con l’intera umanità siamo tornati ad essere fratelli e sorelle. 

L’armonia e la compostezza del cerchio, apparentemente, svaniscono solo quando lo zio, il rispettabile capo, si alza, prende degli incartamenti e, da rispettabile capo, li porge al vescovo. Il vescovo, come altro leader importante ed autorevole, rivela il contenuto di quei pacchi e a sua volta, li porge a noi, gente venuta da lontano. Ogni gesto rituale segue un suo copione ben noto a chi popola la scena; nell’aria si percepisce la solennità del gesto; nel cuore si percepisce il sentimento profondo che dirige il tutto. Mani povere, molto povere, hanno incartato abiti importanti; ci donano un abito tradizionale, il fugu, l’abito del re. Ci chiedono di indossarlo e in testa ci mettono un copricapo. Piegandolo su un lato e schiacciandolo un po’, dicono poi “State indossando il nostro abito tradizionale da re; quando il copricapo viene piegato su un lato, non rappresenta più la regalità, ma il servizio. Il cappello piegato e schiacciato è il cappello del servo”. Come re, venuti da lontano; come servi, al servizio di un singolo, per aiutare una comunità intera.