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La storia di Paul

Aveva un soffitto di stelle sulla testa e l’odor dell’asfalto sugli abiti.
Sorrideva quasi sempre, ma a volte piangeva.

Ci chiedono spesso:
“Ma come è iniziato tutto? Perché avete accompagnato Paul in Ghana?”

La risposta sta nella scelta di sedersi su un marciapiede, di farsi prossimo ad una persona invisibile, di decidere di innamorarsi di una parte di umanità che solitamente siamo abituati ad ignorare o al massimo a guardare con pietà.

Paul, a Jesi, ha subito una brutta aggressione con dell’olio bollente, che gli ha compromesso seriamente l’uso delle gambe. La vita in strada, per lui che era senza dimora, stava diventando impossibile a causa delle ferite che continuamente si riaprivano infettavano. Vedendolo soffrire, vedendolo perdere ogni speranza nel futuro, abbiamo deciso di dedicare molto, moltissimo tempo, a questo nostro fratello che aveva perso la capacità di sorridere. Paul non aveva mai avuto paura della vita in strada, ma dopo l’aggressione, tutto era cambiato.

Gli abbiamo semplicemente detto che per noi era importante lui e la sua vita; che ovviamente era libero di vivere come desiderava, ma che se si fosse fidato e affidato, magari insieme avremmo costruito un nuovo futuro.

Paul ci ha permesso di contattare la sua famiglia e da lì è iniziato un lungo lavoro (un anno quasi!) per ottenere un passaporto e organizzare un viaggio verso quella terra che aveva lasciato da più di 10 anni. Lo abbiamo riaccompagnato a casa per dare valore al suo rientro, che poteva avere il sapore di un fallimento…ma che per noi invece era il suo ritorno alla vita, all’amore, alla speranza.
Tutto è nato da Paul, l’ultimo degli ultimi.

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